Quanto accantonare ogni mese con la partita IVA forfettaria

La regola del 30% non funziona per tutti e il secondo anno è quello che spacca i conti. Come calcolare la cifra giusta da mettere da parte ogni mese, e perché va tolta subito.

C’è una domanda che ogni partita IVA forfettaria si fa nei primi mesi, di solito troppo tardi: quanto devo mettere da parte per le tasse?

La risposta che gira di più è “il 30%”. È una regola comoda e per qualcuno è persino vicina al vero. Per tutti gli altri sbaglia di parecchie migliaia di euro, in eccesso o in difetto. Vediamo come si calcola la cifra vera, e soprattutto quando va messa via.

Perché una percentuale fissa del fatturato non funziona

Nel forfettario quello che paghi non dipende solo da quanto incassi, ma da tre cose che cambiano da persona a persona.

Il coefficiente di redditività, legato al tuo codice ATECO. Un consulente ha il 78% del fatturato considerato reddito, un commerciante il 40%. A parità di incasso, il primo paga molto più del secondo.

La cassa previdenziale. Un professionista in Gestione Separata paga il 26,07% sul reddito. Un artigiano paga un contributo fisso di circa 4.500 euro l’anno anche quando fattura poco. Sono due meccanismi diversi, non due varianti dello stesso.

L’aliquota d’imposta, 5% nei primi cinque anni di attività oppure 15% dopo.

Mettile insieme e l’accantonamento corretto oscilla, nella pratica, tra il 20% e il 40% del fatturato. Dire “metti via il 30%” a tutti lascia scoperto chi sta in alto e congela soldi inutilmente a chi sta in basso.

Se vuoi il tuo numero senza fare i conti a mano, abbiamo messo online un calcolatore delle tasse del forfettario che ti dice anche quanto accantonare al mese. Usa le aliquote ufficiali del 2026 e non chiede nessun dato personale.

Il calcolo, in tre passaggi

1. Dal fatturato al reddito

Moltiplichi il fatturato incassato per il coefficiente del tuo ATECO. Non devi documentare le spese: lo Stato le riconosce forfettariamente, ed è questo il patto del regime.

30.000 euro incassati da un professionista al 78% fanno 23.400 euro di reddito imponibile.

2. I contributi INPS

Si calcolano su quel reddito e si deducono. Per il professionista dell’esempio: 23.400 × 26,07% = 6.100 euro.

Tienili d’occhio, perché nella maggior parte dei casi sono la voce più pesante delle due. Ne abbiamo scritto a parte, in perché i contributi INPS sorprendono sempre.

3. L’imposta sostitutiva

Si applica al reddito al netto dei contributi versati. Sempre nell’esempio, al primo anno: (23.400 − 6.100) × 5% = 865 euro.

Totale da accantonare: 6.965 euro su 30.000 di fatturato, cioè il 23%. Non il 30. Lo stesso professionista oltre il quinto anno, con l’aliquota al 15%, arriverebbe invece intorno al 29%.

Diviso dodici fa 580 euro al mese, tutti i mesi.

Il vero problema è quando, non quanto

Qui sta la trappola che manda in crisi più partite IVA della matematica.

Il primo anno di attività non versi acconti. Apri a gennaio, lavori tutto l’anno, non paghi niente di imposta sostitutiva fino al giugno successivo. Sembra un regalo, ma è un debito che sta maturando in silenzio.

Il secondo anno paghi il saldo del primo più l’acconto del secondo, e l’acconto è pari al 100% dell’imposta dell’anno precedente, versato in due rate: il 40% a giugno insieme al saldo, il 60% a novembre.

In pratica, nell’anno due esce circa il doppio di quanto ti aspettavi guardando l’anno uno. Chi ha speso tutto il primo anno pensando “sto andando benissimo” scopre a giugno del secondo di dover trovare due annualità in una volta.

Ecco perché l’accantonamento va fatto dal primo mese, anche se non devi ancora pagare niente. Non stai risparmiando: stai tenendo da parte soldi che non sono tuoi.

Le tre regole pratiche

Toglili subito, non alla fine. La quota si sposta il giorno stesso in cui incassi, non “se avanza qualcosa” a fine mese, perché a fine mese non avanza mai. È lo stesso principio del budget che parte dal giorno dello stipendio, applicato a chi lo stipendio non ce l’ha.

Tienili separati sul serio. Un conto o un salvadanaio dedicato, non “li ho lì sul conto e sto attento”. I soldi che vedi sul conto corrente prima o poi li spendi.

Ricalcola quando cambia qualcosa. Superi una soglia, cambi ATECO, esci dai primi cinque anni, opti per la riduzione contributiva: ognuna di queste cose sposta la percentuale. Il passaggio dal 5% al 15% al sesto anno coglie impreparata parecchia gente, perché arriva senza che nessuno te lo ricordi.

Dove entra uRekoin (dichiarazione di parte)

Questo blog lo scrive chi sviluppa uRekoin, quindi prendila per quello che è.

L’app ha una modalità per redditi variabili e le buste di risparmio con obiettivo. La busta delle tasse si riempie a ogni incasso e resta fuori dal budget disponibile, così il numero che vedi come “quanto posso spendere” è già al netto di quello che dovrai versare. Le spese si registrano da sole leggendo le notifiche di pagamento della banca, senza collegamento al conto e senza inserimenti a mano.

Detto questo, il metodo funziona anche con un secondo conto e un bonifico ricorrente il giorno dopo ogni incasso. Se preferisci farlo così, fallo. L’importante è che quei soldi non stiano dove li vedi.


Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce il tuo commercialista. Le percentuali citate sono stime basate sulle aliquote in vigore nel 2026; acconti, addizionali e situazioni particolari possono cambiare il conto.